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L'astrologia
L'astrologia é lo studio dell'influsso degli
astri (Sole, Luna, pianeti e stelle) sugli eventi che accadono sulla Terra. Gli
astrologi presuppongono che la posizione occupata dagli astri nell'esatto
momento della nascita di una persona, così come i successivi movimenti dei corpi
celesti, riflettano in qualche modo sia il carattere sia il destino di quest'ultima.
Benché ormai da molto tempo la scienza rifiuti i principi su cui si fonda
l'astrologia, milioni di persone continuano ad affidarsi ai suoi responsi e, a
volte, credendo in essa ciecamente.
L'astrologia è una pratica molto antica, probabilmente sviluppata in modo
indipendente da civiltà diverse. I caldei, abitanti di Babilonia, svilupparono
una forma originale di astrologia già nel 3000a.C.; i cinesi cominciarono a
praticare questa "scienza" prima del 2000a.C. e altre forme si svilupparono
nell'antica India e tra i maya del Centro America. Probabilmente queste
popolazioni presero spunto dal fatto che il moto di alcuni corpi celesti, e in
particolare del Sole, determina il ciclo delle stagioni e il successo dei
raccolti; sulla base di questa constatazione vennero forse sviluppati sistemi
più ampi nei quali si supponeva che la posizione o il movimento di altri corpi
celesti, come ad esempio i pianeti, potessero condizionare o simbolizzare
ulteriori aspetti della vita. Già prima del 500a.C. l'astrologia era diffusa in
Grecia, dove filosofi come Pitagora e Platone la incorporarono nello studio
della religione e dell'astronomia. Fu ampiamente praticata in Europa nel corso
del Medioevo, nonostante le condanne pronunciate su di essa da autorevoli figure
ecclesiastiche. L'astrologia e l'astronomia erano tuttavia considerate scienze
complementari fino al XVI secolo, quando le scoperte di astronomi quali Nicolò
Copernico e Galileo Galilei ne misero seriamente in crisi i fondamenti. Da
allora, ben pochi scienziati hanno dedicato attenzione all'astrologia.
Gli astrologi elaborano carte, chiamate oroscopi, sulle quali sono riportate le
posizioni che i corpi celesti occupavano all'istante della nascita di una
persona. Molto importante è la posizione degli astri lungo l'eclittica, il
cammino del Sole nel suo moto apparente intorno alla Terra. L'eclittica è
suddivisa in 12 sezioni, cui corrispondono altrettante costellazioni, dette
segni dello Zodiaco (Ariete Toro Gemelli Cancro Leone Vergine Bilancia Scorpione
Sagittario Capricorno Acquario Pesci), a ciascuna delle quali gli astrologi
assegnano un simbolo cui viene associato un particolare insieme di
caratteristiche umane. Quando gli astrologi stabiliscono l'appartenenza di una
persona a un determinato segno (al "Leone" o ai "Pesci", ad esempio) si
riferiscono al segno che il Sole occupava al momento della nascita di quella
persona. L'oroscopo è anche suddiviso in 12 "case", le quali costituiscono il
periodo di 24 ore durante il quale la Terra compie una rotazione completa
attorno al proprio asse. Ogni casa ha attinenza con un dato aspetto della vita
di una persona, come matrimonio, salute, lavoro, viaggi ecc.; gli astrologi
elaborano le predizioni interpretando la posizione dei corpi celesti nei segni e
nelle case dell'oroscopo.

L'astrologia classica
Che cosa si deve intendere per astrologia classica? conviene una
tale denominazione ad un qualsivoglia periodo dell'astrologia? É assai difficile
immaginare una risposta affermativa, vengono piuttosto alla mente altre domande:
quando e dove possiamo collocare la nascita di una dottrina astrologica a noi
documentata? É esistita un'astrologia preclassica, un suo periodo aureo, una sua
decadenza? E se, come talora è stato affermato in alcuni periodi della storia
delle idee, l'astrologia si è proposta come scienza, può la nostra comprensione
accettare il nascere, il declino e lo svanire di una scienza? Inoltre: come
potremmo chiamare noi scienza una semeiotica delle apparenze che ci sembra il
parto di un animosum pectus, più che della mens e della ratio? Di tali parti
degli antichi, già da tempo è stata fatta giustizia, richiamando la sentenza di
Terenzio: mala mens, malus animus. Ma se volessimo ancora proseguire e
rivolgessimo la nostra attenzione agli scritti degli antichi astrologi,
rimarremmo sconcertati di fronte alla sovrabbondanza e all'estrema varietà dei
procedimenti. Questi procedimenti, che possiamo ancor oggi leggere in una
vastissima letteratura manoscritta greca, latina e araba, provengono, noi
presumiamo, da un corpus dottrinario egizio e mesopotamico, ma gli antichi sono
di diverso parere.
Dove è nata questa pretesa scienza siderale che ha inteso unire la
contemplazione della suprema bellezza dei cieli a rigorose leggi fisiche sulle
apparenze visuali, quasi negando la drammatica dicotomia di Shelley fra poesia e
scienza? É pur vero che, se della decadenza dell'astrologia possiamo
ragionevolmente discutere, in quanto a noi vicina e comunque evidente, del suo
primo manifestarsi non ci è dato sapere. Tuttavia rimaniamo confusi di fronte
alle candide e ingenue dichiarazioni degli antichi sugli inventori
dell'astrologia. Quando s. Agostino chiama Atlante magnus astrologus (de
Civitate Dei 18,39; cfr. Plinio nat. hist. 2,31; 7,203; Vitruvio 6,10,6; Diodoro
S. 3,60,2; 4,27,1) riprende la dottrina evemeristica che trasforma in sapienti
gli eroi del mito, ma non solo Atlante: Urano, Belo, Toth, Prometeo, Atreo, il
centauro Chirone divulgarono anch'essi l'astronomia agli uomini (cfr. Jo. Chr.
Heilbronner, Historia Matheseos universae a mundo condito ad saeculum post
Chr.n. XVI, Lipsiae 1742, 54s.). Ancora s. Agostino ci dice che Atlante era
coevo di Mosè, il quale era a sua volta, lo sappiamo da Filone, matematico,
astronomo, geometra, musico e filosofo eccellente ed apprese dai vicini Assiri
la scienza caldea dei cieli (vita Mosis 1,23). Ma ancor prima di Mosè fu Abramo
ad insegnare matematica e astronomia agli Egizi, che ne erano allora ignari (Berosso,
in Giuseppe Flavio, antiquitates 1,8,2; cfr. Eusebio, praep.ev. 9,16). Erano
questi uomini, che avevano ricevuto la scienza dei cieli tramite rivelazione.
Accanto ad una tradizione che vuole l'astronomia e l'astrologia insegnate dagli
angeli ribelli (cfr. Libro di Enoch 8,4), i Greci ritenevano generalmente che
esse fossero state rivelate dagli dei ai "re cari alla divinità" (Luciano, De
Astrol. 1; cfr. Achille Tazio isag. 1), dunque per dono divino, munere caelestum,
come dice Manilio (1,26). Rivelazione delle leggi naturali che producono le
stagioni e i mutamenti della vegetazione, rivelazione dell'emanazione o influsso
sempiterno che dal cielo si estende naturalmente ad ogni legge fisica e morale
terrena, sia essa collettiva o individuale. Che l'uomo abbia percepito in un
epoca a noi remota una simile intima cognatio tra cielo e terra e che ad essa si
sia in tutto conformato, non possiamo dubitare: l'imperatore cinese, nella sua
qualità di figlio del cielo, davanti al cielo era responsabile degli errori dei
suoi ministri. Non diversamente ogni sovrano, in ogni epoca, in ogni luogo, ha
sempre sentito la necessità di appoggiare il proprio diritto divino
sull'osservazione meticolosa del rito sacro. Ma quali le conoscenze astronomiche
svelate? Senza dubbio primitive, ma anche più complesse di quanto si possa
supporre. Se oggi ciascuno sa che la Terra gira intorno al Sole, questa stessa
nozione nuoce alla piena comprensione dei fenomeni apparenti. Se l'astronomia e
l'astrologia hanno a lungo formato un tutto indissolubile, sì che sovente l'una
indica l'altra e viceversa, allo stesso modo ogni legge dell'astronomia degli
antichi, dagli eccentrici alla trepidazione dell'ottava sfera, si pone come
legge fisica e naturale, impronta (episêma) di una legge celeste, fondamento del
giudizio e della previsione in quanto scopo ultimo dell'astronomo, il
philalêthês, l'amante della verità.
«Gli uomini originari e antichissimi - afferma Aristotele - hanno colto queste
cose nella forma del mito, e in questa forma le hanno trasmesse ai posteri,
dicendo che questi corpi celesti sono divinità, e che la divinità circonda tutta
quanta la natura. Il resto è stato aggiunto dopo, sempre sotto forma del mito,
per persuadere i più, ed è stato impiegato per imporre l'obbedienza alla legge e
per ragioni di utilità. Dicono infatti che quegli esseri divini sono simili agli
uomini e ad altri animali, ed altre cose aggiungono, che derivano da quelle o
sono ad esse molto simili. Se tuttavia separassimo queste aggiunte e cogliessimo
soltanto il contenuto originario di quelle credenze, ovvero che ritenevano
divinità le sostanze prime, dovremmo allora convenire che essi hanno parlato in
modo divino...» (Metaphysica 1074b). Chi sono questi uomini antichissimi,
palaitatoi anthrôpoi? Sono, come leggiamo in Omero, gli abitanti della città di
Troia (Il. 11,166) o i contemporanei di Servio Tullio (Plutarco De fortuna Rom.
323e) ? A noi sembrano quei palaioi anthrôpoi di cui dice Platone che
inventarono i nomi delle cose (Crat. 441b), palaioi, appunto, perché
appartengono al tempo del mito e non sono collocabili in alcuna dimensione
temporale.
Se volessimo invece domandarci quando appare per la prima volta in Occidente un
sistema compiuto di previsione fondata su fenomeni astronomici, possiamo dire
che Berosso, Epigene e Critodemo sono i primi astrologi a noi noti. Si ritiene
oggi che Critodemo abbia preceduto il leggendario Petosiride, la cui vita è
stata trasportata dai filologi dal VII al I secolo a.C., mentre al contrario si
stima che Critodemo sia vissuto nel sec. III a.C.; in tal modo gli stessi
Antioco d'Atene, Prassidico, Timeo, Sarapione Alessandrino, Teucro sarebbero
contemporanei del sacerdote egizio.
Ma quel che qui ci preme sottolineare è che gli astrologi dell'età ellenistica
sono soliti precisare, tra i loro predecessori, gli archaioi e i palaioi. I
primi sono coloro che hanno principiato a trattare dell'astrologia, i secondi
coloro che l'hanno inventata e nominata per la prima volta. Dei primi si conosce
il nome e la vita terrena, ma i secondi sono avvolti nel mito, sono in una
dimensione atemporale, come l'Ermete dai mille volti, «a cui i nostri antenati
hanno dedicato le invenzioni della loro sapienza» (Giamblico De mysteriis 1,1;
cfr. 8,4); sono coloro che hanno per primi stabilito i nomi dell'arte, come ad
esempio il nome di agathodaimôn (bonus genius) all'undicesimo luogo (V. Valens
p. 135.2 Kroll), ovvero i nomi e gli attributi che vengono fatti risalire ad
Ermete Trismegisto (Rhetorio, Cat.Cod.Astr.Graec. VIII,IV 126-174). Ne abbiamo
un esempio in Efestione di Tebe: Panchario non è fra gli archaioi, né fra i
palaioi, giacché è suo contemporaneo, ma Porfirio (I, 157.1 Pingree), Antigono
di Nicea (I, 162-163), Doroteo (I, 263.10-11), i saggi Egizi che lo hanno
preceduto (I, 258.19) sono fra gli archaioi. Palaioi al contrario sono i primi
ad aver osservato le figure delle stelle (Tolomeo Quadr. 1,2 Boll-Boer 8.9), la
natura dei pianeti (ibid. 1,4 B.B. 17.8; 1,5 B.B. 19.24) e delle stelle
inerranti (ibid. 1,10 B.B. 30.7), palaios è il manoscritto che Tolomeo tiene fra
le sue mani (ibid. 1,21 B.B. 49.14).
Per gli astrologi ellenistici posteriori al II sec. gli archaioi sono quindi i
loro predecessori storici. Questi, a loro volta, fondano la loro dottrina
richiamandosi ai palaioi (Haephestio I,120.25), tra i quali una figura
primeggia, quella di Petosiride, palaios per antonomasia (cfr. scholia in Cl.
Pto. quadr. Wolf p.111). Siamo pertanto di fronte a tre diverse epoche
dell'astrologia: gli antiqui, i veteres, i novi. Tra i novi una figura spicca,
non solo per la compiutezza della sua dottrina o per la sua precisa conoscenza
dei moti, ma soprattutto per una nuova concezione ed un nuovo metodo dell'arte
della previsione astronomica: Claudio Tolomeo, nel secondo capitolo del terzo
libro del Quadripartitum rinunzia al modo antico (archaios) della previsione,
che consiste nella «qualità commista di tutti o della maggior parte degli astri
e se qualcuno volesse compierlo con cura si rivelerebbe multiforme e pressoché
infinito» (B.B. 109.5-7).
Questo modo della predizione è quello degli antichi Egizi i quali infatti
«seguivano un metodo carico di configurazioni particolari, tali da apparire
infinite, difficili ad afferrare e a comprendere» (In Cl. Pto. enarrator ignoti
nomiis Wolf p.89).
Questi diversi modi del procedere (agôgai) degli antichi, difficili a
sciogliersi, enigmatici, come dichiarava V. Valente (p. 242.20 Kroll),
costituiscono per gli astrologi novi la tradizione. Di fronte ad essa, molti
cercano di spiegarla, come Vettio Valente, lasciando nondimeno l'arte nel solco
di una secreta sapientia. Non abbandonare il procedere della tradizione
significa conservarne la ricchezza; significa altresì parlare la sua lingua, che
non è quella dei filosofi, dei naturalisti, degli uomini di scienza. Diversa è
l'attitudine di Tolomeo; egli non esprime un rifiuto netto e globale verso la
tradizione, al contrario: i termini tecnici che egli usa sono i medesimi dei
veteres e scopo di Porfirio nella sua introduzione è di spiegarli ai
contemporanei (isag. Wolf 181). Ma egli è filosofo e scienziato e preferisce
seguire una via naturale, interpretando «con un metodo pertinente alla
filosofia» (quadr. 1,1; Boll-Boer 3.6-7) le configurazioni e i moti degli astri
che la conoscenza dell'astronomia ci offrono, pur se ciò dovesse comportare un
parziale abbandono della tradizione.
In tal modo Tolomeo appare a noi novissimus astrologus. Egli dichiarò che la
previsione si compone di matematica e di fisica, le quali sono la parte
dimostrativa dell'arte, e di filosofia, che ne è la parte conclusiva. Nel
prosieguo dell'astrologia di lingua greca dopo Tolomeo continueranno a convivere
elementi antichi e nuovi. Nel IV secolo Paolo d'Alessandria segue Tolomeo al
punto di ricomporre una seconda volta la sua Isagoge, ma non può dimenticare i
"saggi Egizi". Efestione tebano parafrasa il Quadripartitum e aggiunge ad ogni
capitolo metodi, opinioni ed aforismi degli archaioi. Nel V secolo Rhetorio, che
mostra di riconoscere la purezza del metodo tolemaico della previsione, nella
sua Istruzione per l'interpretazione delle natività (Cat.Cod.Astr.Graec. VIII,
1,243-248) dà per ogni giudizio diverse autorità.
Ci sia concesso di passare oltre alle diverse fasi ed epoche in cui è stata
professata la tecnica della previsione astronomica. Fra di esse non v'è
omogeneità, lo sviluppo storico è in qualche sorta contrario allo sviluppo
omogeneo del pensiero umano. Nondimeno, nella tarda grecità l'astrologia è
considerata come «scienza matematica che rivela le concatenazioni del destino» (Salustio,
de diis et mundo 9,4) e come tale rimarrà nel corso di lunghi secoli. Arte e
scienza matematica, non un'empirica opinione incerta della falsità del
contrario. "Quan-do milioni di uomini hanno per migliaia di anni condiviso
un'opinione, è da presumere che questa opinione così universalmente accettata si
appoggiasse su fatti positivi, su una lunga teoria di osservazioni giustificate
dall'evento": in questo modo il conte d'Altavilla vuole comprovare alla giovane
Alicia la credenza al fascino, in questo modo si cerca talora di difendere e
salvare la credenza nelle stelle. Tuttavia non di simili giustificazioni
necessita una scienza. Tra il XVI e il XVII secolo, a fianco di un'astrologia
naturale che spiega ancora legittimamente, dopo la "rivoluzione copernicana",
figure e moti apparenti degli astri giungendo fino al pronostico del tempo,
un'altra astrologia patisce discredito e nei suoi professori e nei suoi uditori:
«Non sapendo con quale titolo espressivo di ingiuria potessero più violentemente
sterparla, la chiamano giudiciaria» quantunque «ogni qualunque arte scientifica
essendo ordinata a fine di conoscere qualche proposto oggetto per via, e
mezzanità delle cagioni di esso, come disse il Filosofo, Scire est rem per
causam cognoscere etc., certo che tal cognitione altro non è che un sillogismo,
et argomento, nel quale dalle propositioni antecedenti premesse manifeste, e
conosciute, si deduce la conclusione e il giudicio che era incognito» (Titi,
Tocco di paragone...19-20).
Prima che Newton divulgasse la legge della gravitazione universale, il pensiero
scientifico ha conosciuto ed accettato un'altra e diversa legge universale della
natura. Questa legge universale della natura era astrologica (L. Thorndike, The
True Place of Astrology in the History of Science, Isis 1954 p.273). Questa
legge si basa sull'assunto che la natura intiera è governata e diretta dal moto
dei cieli e dei corpi celesti e che l'uomo, in quanto animale naturalmente
generato e vivente nel mondo naturale, è posto per natura entro questa legge. In
tal modo l'astrologia è scienza vera e naturale quanto la filosofia: «É naturale
poiché investiga gli effetti naturali, quali si producono nel corpo naturale da
queste loro proprietà, che sono naturali nelle stelle... É scienza dimostrativa
se ragiona de' siti, e moti de' corpi celesti, e delle quantità e passioni loro,
come dell'Eclissi, e del nascer del Sole; ma se tratta degli effetti, che si
cagionano dalle Stelle in queste nostre cose inferiori, le quali essendo
mutabili possono in diversi modi impedire le operationi et influenze del Cielo,
ella è scienza congetturale, come a ragione la chiama s. Tomaso..." (Titi,
op.cit. 1-3). Non intendiamo parlare dei secoli a noi più vicini: da quando si
venne legittimando una proteica dimensione della cultura subalterna, lì furono
collocati i disordinati residui di un'astrologia in fuga. Ma tutto ciò è
posteriore ai nostri interessi. Fino a tutto il Rinascimento l'astrologia fa
parte della cultura scientifica e partecipa delle vicissitudini del pensiero
umano. Qualche tempo prima della chiusura della scuola d'Atene, l'egizio
Rhetorio fonda, sull'autorità degli archaioi e del metodo di Tolomeo,
un'attitudine sincretistica del procedere che sembra anticipare il dotto
enciclopedismo bizantino.
Se Rhetorio rappresenta l'ultima grande figura dell'astrologia greca, il nascere
dell'astrologia araba riprenderà idealmente una simile attenzione alla
tradizione degli archaioi e l'amplificherà a dismisura grazie alla conoscenza
delle culture dei popoli assoggettati all'islamismo. La moderna storiografia
precedente alle grandi guerre ritenne che l'avvento dell'aristotelismo nella
cultura islamica, intorno all'VIII-IX secolo, rappresentò un freno alla
speculazione astrologica (c.a. Nallino, Raccolta di scritti editi e inediti,
Roma 1944, T.5, p.20). In realtà è proprio vero il contrario. come presso i
Greci e i Latini, anche nella cultura araba non è mai esistita una separazione
tra l'astronomia e l'astrologia, ma entrambe costituiscono una sola scienza,
al-nujûm. Albumasar giustifica il carattere scientifico dell'astrologia sulla
base della filosofia naturale di Aristotele e dichiara l'astrologia scienza
compiuta e perfetta in senso aristotelico. Le maggiori autorità dell'Introductorium
in Astronomiam di Albumasar sono Aristotele, Tolomeo ed Ermete (cfr. R.J. Lemay
Abû Ma'shar and Latin Aristotelianism..., Beirut 1962, 41s). Sono queste le
figure emblematiche della scienza astrologica durante tutto il Medioevo.
Fino a tutto il XVI secolo l'astrologo è soprattutto un filosofo che interpreta
i moti del cielo e le leggi della natura, egli è astronomo e fisico, non di rado
medico, e si considera discepolo di Tolomeo, di Galeno, di Aristotele, il suo
pensiero è il pensiero di un classico. Aristotelico fu d'altronde considerato
Tolomeo e dagli astrologi arabi e da quelli medievali e rinascimentali,
aristotelici i fondamenti di Albumasar e di al Kindi, aristotelica la formazione
fisico-filosofica degli astrologi del Medioevo e del Rinascimento. Ma quando
alle considerazioni razionali comincerà a venir attribuito, contrariamente
all'opinione di Aristotele, un grado di certezza maggiore di quello offerto
dall'osservazione sensibile, colei che era la regina delle scienze viene
detronizzata e messa al bando. Siamo alla metà del Seicento, la fisica
aristotelica entra in una crisi lenta e inarrestabile che preannuncia
l'illuminismo, eppure assistiamo ad una delle più significative interpretazioni
della dottrina astrologica di Tolomeo fondata su una lettura aristotelica del
Quadripartitum ad opera di Placido Titi. Quando Luigi XVIII fuggiva davanti
all'aquila imperiale, il principe di Condé ritenne di doversi informare se Sua
Maestà avrebbe nondimeno compiuto il lavacro dei piedi nell'umile albergo del
villaggio, dove i tempi infelici l'avevano gettato il giorno dell'anniversario
della cerimonia. |
I segni dello Zodiaco
Il
segno dell'Acquario 22.01-19.02
Il segno dell'Ariete 21.03-20.04
Il segno della Bilancia 23.09-22.10
Il segno del Cancro 22.06-22.07
Il segno del Capricorno 22.12-21.01
Il segno dei Gemelli 22.05-21.06
Il segno del Leone 23.07-22.08
Il segno dei Pesci 20.02-20.03
Il segno del Sagittario 22.11-21.12
Il segno dello Scorpione 23.10-21.11
Il segno del Toro 21.04-21.05
Il segno della Vergine 23.08-22.09
MESSAGGIO PUBBLICITARIO
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